I giorni prima della partenza erano stati intensissimi e frenetici.

C’erano le valigie da riempire con tutto il materiale da portare ai bambini e alle famiglie di Tulear: t-shirt, spazzolini da denti, dentifrici, saponi, regali dei genitori adottivi da consegnare ai loro bimbi, disegni fatti dagli studenti della classe di Asia.

Ma soprattutto c’era da preparare il cuore a sostenere le sicure forti emozioni che il viaggio avrebbe provocato.

Questa volta non sarebbe stata una vacanza di piacere alla scoperta della natura incontaminata e delle spiagge tropicali del Madagascar.

No, questa volta si sarebbe trattata di una vera e propria missione di volontariato, per portare aiuti concreti a una delle popolazioni più povere del mondo.

Davide e Nicole si sentivano pronti, del resto avevano ormai più di due anni di esperienza come volontari in Italia e non vedevano l’ora di tornare in quell’isola che aveva cambiato le loro vite.

Anche la piccola Asia era pronta, anzi entusiasta per quella che nella sua testa si prospettava come una vera e propria avventura. E poi, a soli sette anni, stava per diventare la più giovane missionaria italiana in Madagascar.

Era l’alba del 16 aprile 2016 quando i tre si imbarcarono sul volo Air France che da Venezia li avrebbe portati ad Antananarivo.

Quasi venti ore dopo atterravano nell’aeroporto della capitale malgascia, che li accolse con un caldo umido e altre ore di attesa snervante per le pratiche doganali.

Solo alle due di notte, esausti e provati, raggiunsero finalmente la casa di Madame Arlette, una gentile donna malgascia sostenuta dall’associazione, che li avrebbe ospitati per quel poco che restava della notte.  

Dopo una breve, ma ritemprante dormita, all’alba i tre furono svegliati dalle campane della chiesa vicina e dal profumo della loro prima colazione malgascia.

Ringraziarono Madame Arlette per l’ospitalità e si diressero presto verso la stazione dei taxi brousse. Avevano deciso di utilizzare i mezzi pubblici per raggiungere Tulear, anziché prendere un volo interno o noleggiare un’auto privata con autista, come facevano quasi tutti i turisti. Il prezzo da pagare per questa scelta sarebbe stato la scomodità di condividere per giorni gli spazi angusti del mezzo con qualche altra decina di malgasci, la lentezza del viaggio, i rischi di incappare in qualche sicuro imprevisto che li avrebbe ulteriormente rallentati.

La ricompensa però sarebbe stata l’autenticità del viaggio, l’opportunità di entrare veramente in contatto con la popolazione locale, di muoversi come loro e con loro. Ai tre era sembrato il modo migliore per vivere pienamente un’esperienza di volontariato.

Raggiunta la stazione, individuarono subito il taxi brousse diretto a Tulear, e per un attimo si fissarono in silenzio riponderando la bontà della loro scelta. Il mezzo era un minivan fatiscente, che con ogni probabilità era stato fabbricato almeno trent’anni prima e da quella volta non era mai stato manutenuto, né lavato. Sul tetto erano ammucchiati sacchi di riso e carbone, borsoni logori e oggetti di ogni tipo, assicurati con una corda che non prometteva nessuna garanzia di resistere fino alla fine del viaggio. All’interno spartane panchine di legno già in gran parte occupate da famiglie, donne, bambini.

Una scena che sembrava uscita da un racconto di Kapuściński, così come le parole dell’autista del mezzo.

«Quando si parte?» gli aveva domandato Davide in francese.

«Quando è pieno» gli aveva risposto l’autista allargando le braccia stupito.

Gli altri passeggeri scoppiarono a ridere e invitarono con grandi sorrisi la famiglia di Vasà (stranieri) ad accomodarsi tra loro e adeguarsi in fretta all’African Time.

Del resto, come scriveva proprio il reporter polacco nelle pagine del suo più grande capolavoro, Ebano, per gli africani “l’esistenza del tempo si manifesta attraverso gli eventi, e che un evento abbia luogo oppure no dipende dall’uomo”.

Davide, Nicole e Asia decisero senza ulteriori esitazioni di lasciare a terra anche il “tempo europeo”, che regolava le loro vite come un metronomo esigente e insensibile, e di adottare il “tempo africano”. Salirono sul taxi brousse, si accomodarono (per usare un eufemismo) su una panca di legno libera, risposero con timidi sorrisi ai tanti Tonga Soa (benvenuti) e Salama (ciao) che li accolsero e, con un sospiro, si prepararono a partire per un viaggio molto, molto diverso da tutti gli altri.

Un viaggio che li avrebbe portati fino a Tulear, tre giorni e mille chilometri più a Sud, dove li aspettavano i bambini e le famiglie sostenute dall’associazione.

Dove li aspettava il frutto dell’impegno che avevano profuso negli ultimi anni per raccogliere fondi e coinvolgere genitori adottivi.

Dove li aspettava il loro futuro.

Ma prima di giungere alla meta, li aspettava il Madagascar.

Quello vero, finalmente.

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