“L’acqua è vita”.

Sembra uno slogan, una frase banale e che magari non ti smuove nulla dentro.

È normale che sia così.

Tu forse non hai mai patito la sete.

Forse non hai mai visto con i tuoi occhi come vive, o meglio sopravvive, chi non ha accesso all’acqua potabile.

Non hai mai dovuto fare i conti con la mancanza di una risorsa che dovrebbe essere disponibile in forma gratuita e illimitata a ogni cittadino del mondo.

Se è così, non ti sentire in colpa.

Ti assicuro che anche per Davide e Nicole, nonostante fossero ormai veterani del volontariato in Madagascar, fino a quel giorno di primavera del 2017 questa frase non aveva mai avuto un significato particolare.

Il 22 aprile i ragazzi partirono da Tulear in direzione Nord. Questa volta avevano deciso di fare il viaggio di ritorno verso la capitale in auto. Per visitare anche qualcuno dei bellissimi parchi lungo la Route Nationale 7. La prima tappa li avrebbe portati fino ad Ambalavao, dove avrebbero visitato la riserva privata di Anja.

Appena usciti dalla città, il paesaggio rivelò subito uno scenario drammatico. In quella regione semi-desertica, che ricopre di fatto tutto il Sud del Madagascar, non cresce nulla. La terra è secca e riarsa dal sole perenne. I letti dei fiumi in secca per buona parte dell’anno. La vita difficile, quasi impossibile.

A volte un fugace temporale si rovescia con la violenza delle tempeste tropicali. Passa in fretta, lasciando capanne devastate e strade impraticabili. Ma lasciando anche un’altra cosa, rarissima e preziosa. Acqua dolce.

Uno di questi temporali bloccò il viaggio dei ragazzi proprio quel 22 aprile, alle porte di Tulear. Il mezzo si fermò, in attesa che la bufera si calmasse. Poi le nubi se ne andarono, il sole tornò in cielo e le persone in strada. Eccitate e cariche di taniche vuote.

Davide, Nicole e Asia guardarono increduli decine di bambini e donne immergersi nelle buche della strada, riempitesi di acqua piovana. La parola acqua non è corretta. In realtà dovrei parlare di “liquido torbido misto a fango”. Ma è una sottigliezza che ha senso solo per persone come me e te, abituate ad aprire il rubinetto o acquistare una bottiglia d’acqua al bar. Per quelle persone, quei bambini e quelle donne, le pozzanghere piene di “liquido torbido misto a fango” rappresentavano una fonte gratuita e accessibile di approvvigionamento idrico. Probabilmente la prima dopo la fine della stagione delle piogge, mesi prima. E sembravano gradirla, a giudicare dalle risate, dai balli, dalle grandi sorsate che mandavano giù.

Sono scene difficili da immaginare se non le hai mai viste con i tuoi occhi.

Ma ti posso assicurare che sono tra le più scioccanti a cui un essere umano possa assistere.

Davide e Nicole rimasero a bocca aperta a fissare quell’incredibile spettacolo, non sapendo cosa dire.

Poi si riscossero e dissero l’unica cosa che aveva senso a quel punto:

«Dobbiamo dare acqua potabile a queste persone».

Lo so cosa ti stai chiedendo.

«Perché non ci pensa il governo?»

«Perché non ci pensano “loro”?»

Il problema non è tanto trovare una risposta sensata.

Il vero problema sta nel porsi la domanda giusta.

E la domanda giusta, credimi, è la seguente: «Visto che una persona su tre nel mondo non ha accesso all’acqua potabile, che cosa posso fare io per dare una mano per cambiare tutto questo?»

Davide e Nicole se lo chiesero proprio quel giorno, mentre guardavano i bambini che bevevano avidi l’acqua piovana raccolta dalle pozzanghere in mezzo alla strada.

«Possiamo costruire un pozzo».

Risposta esatta.

Ma che innesca un’altra domanda, più difficile.

«Da dove partiamo?»

Quel dubbio li accompagnò lungo tutto il resto del viaggio in Madagascar, sull’aereo, fino a casa a Vicenza. Il “dove” costruire un pozzo gli era stato chiaro fin da subito. Dentro il Villaggio Afaka. In fondo l’associazione operava lì, ed era abbastanza naturale iniziare questa nuova missione cercando di garantire l’acqua potabile ai bambini della scuola. Però, era anche vero che l’associazione fino a quel momento si era occupata “solo” di istruzione scolastica. Costruire un pozzo era un altro paio di maniche.

Due erano gli ostacoli principali. Primo, convincere il consiglio dell’associazione toscana, gerente della scuola. Ma su questo Davide e Nicole erano fiduciosi.

Secondo, trovare i fondi necessari. E qui il gioco si faceva un po’ più complicato.

CONDIVIDI LA NOTIZIA
Facebooklinkedinmail

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi