Al risveglio una brutta sorpresa aspettava Davide, Nicole e Asia.

Una nebbia, che neanche nella bassa ferrarese, avvolgeva tutta la riserva di Anja.

I tre non si lasciarono scoraggiare e decisero comunque di fare l’escursione prevista per la mattina, alla ricerca dei tanti lemuri catta che vivono nella riserva. La loro determinazione fu premiata perché appena il sole salì deciso in cielo, spazzò via la nebbia e riempì di meraviglia i loro cuori avidi di paesaggi mozzafiato e natura incontaminata.

Camminarono fino al famoso massiccio delle Tre Sorelle, videro da vicino i lemuri che si scaldavano al sole del mattino, ne accarezzarono persino qualcuno grazie all’intraprendenza di Asia che aveva scoperto subito un sistema infallibile: le banane.

Dopo qualche ora nella foresta i tre rientrarono alla base, recuperarono i bagagli e saltarono sul taxi-brousse diretto verso sud.

La loro prossima meta era Ranohira, una piccola cittadina ai margini del Parco Nazionale dell’Isalo, il più famoso di tutto il Madagascar. Mentre il mezzo, con la consueta lentezza, arrancava sulla strada malmessa, il panorama che scorreva dietro i finestrini cambiava rapidamente. Dalle foreste e le aspre vette degli altopiani centrali al deserto roccioso che li avrebbe accompagnati fino alla costa. L’ingresso in quella nuova area fu sancito dal Cappello del Cardinale, un enorme massiccio roccioso che da sempre funge da guardiano del sud dell’isola.

Dopo qualche ora i tre arrivarono a destinazione e decisero di visitare subito il parco, sfruttando le ultime ore del pomeriggio. L’Isalo è un massiccio roccioso che si sviluppa per circa 80 km in lunghezza, proprio nel bel mezzo del nulla del deserto. All’interno del massiccio si celano magnifici canyon e gole, oasi con piscine naturali, cascate e laghetti. Il poco tempo a disposizione non consentiva ai ragazzi di esplorare tutto il parco, ma fu comunque una piacevole escursione durante la quale raggiunsero una delle cascate più alte e videro lemuri catta e camaleonti.

La giornata volgeva al termine e, dopo aver ammirato un tramonto bello come solo i tramonti africani possono essere, era il tempo di ritirarsi in hotel. Quella notte Davide e Nicole faticarono a prendere sonno, nonostante la stanchezza accumulata nel viaggio. Il giorno successivo infatti sarebbero finalmente arrivati a Tulear e avrebbero incontrato, per la prima volta di persona, i bambini della scuola a cui avevano da anni deciso di dedicare le loro vite. Sentivano che sarebbe stata una di quelle giornate che non si sarebbero mai dimenticati. L’emozione era forte, ma c’era anche qualcos’altro che si agitava nei cuori dei due ragazzi.

Conoscevano ormai piuttosto bene le condizioni di vita delle persone di Tulear, avevano visto foto e video realizzati dai responsabili malgasci della scuola o dai volontari italiani che prima di loro erano stati a Tulear, fatto collegamenti skype, tradotto letterine dei bimbi ai genitori adottivi in Italia. Insomma erano preparati a vivere tutto questo in prima persona. O almeno così avevano creduto. Fino a quel momento in cui, a ormai pochi km e poche ore di distanza dalla meta, le loro certezze iniziavano a vacillare.

Come avrebbero reagito quando sarebbero andati a visitare le case in cui vivevano le povere famiglie di Tulear? Quando avrebbero visto con i loro occhi e toccato con le loro mani la miseria, la denutrizione, la precarietà? E la malattia? E la morte? I loro cuori sarebbero stati abbastanza forti da sopportare tutto quello che li aspettava? E Asia come avrebbe reagito? Avevano fatto bene a portare una bambina così piccola a fare un’esperienza così forte?

I dubbi erano tanti, e ognuno dei due cercò di affrontarli in silenzio, steso nel letto di quella camera di hotel di Ranohira, di cui il giorno dopo potevano dire di conoscere a memoria ogni crepa del soffitto.

All’alba il sole si levò, scacciando repentino l’aria fredda della notte del deserto e i fantasmi che si erano insinuati nei cuori dei ragazzi. Era il 20 aprile 2016, il giorno che avevano sognato, per cui avevano lavorato duramente da tanti anni. I loro bimbi li aspettavano a Tulear e non c’era alcun motivo per farli attendere oltre.

Fecero un’abbondante colazione e con rinnovato entusiasmo saltarono sul taxi-brousse che li avrebbe traghettati nell’ultima tappa di quell’incredibile viaggio on the road. La giornata era splendida e molto calda, e il paesaggio sempre mutevole.

Lungo la strada fecero una veloce sosta nella surreale cittadina di Ilakaka, che ospita uno dei più grandi giacimenti di zaffiri del mondo. L’unico luogo di tutto il Madagascar in cui convivono membri di tutte le 18 etnie dell’isola, il che lo rende tanto pericoloso da sconsigliarne la visita ai turisti.

La tappa successiva fu il Parco Zombitse Vohibasia, in cui i tre fecero una breve escursione per avvistare lemuri sifaka, dal manto bianco e la buffa andatura danzante, camaleonti e gechi. E i primi baobab di tutto il viaggio, alberi maestosi e secolari che sono da sempre il simbolo dell’isola rossa.

Dopo pranzo Davide, Nicole e Asia si rimisero sulla strada e a metà pomeriggio entravano finalmente a Tulear, accolti da una piacevole brezza proveniente dalle acque turchesi del Canale di Mozambico.

Il viaggio era finito. La missione stava per iniziare.

CONDIVIDI LA NOTIZIA
Facebooklinkedinmail

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi