Costruire pozzi in Madagascar riduce le emissioni di CO2 in atmosfera.

Sì, lo so, sembra strano. E così sembrava anche a noi fino a un paio di anni fa.

Fino a che, nella primavera del 2018, proprio mentre stavamo per avviare il progetto L’Acqua è Vita, scoprimmo quasi per caso due cose che avrebbero cambiato il corso di questa storia.

La prima, che effettivamente attraverso la costruzione dei nostri pozzi avremmo potuto contribuire alla riduzione delle emissioni di CO2.

La seconda, ancora più sensazionale, che questo ci avrebbe potuto consentire di incrementare le entrate della nostra associazione. E non di poco.

Ma per farti capire bene questa cosa devo fare un passo indietro e raccontarti tutta la storia. Anche perché ha quasi dell’incredibile.

Tutto iniziò nell’estate 2017 grazie a un libro di Amitav Gosh che si intitola “La grande cecità: il cambiamento climatico e l’impensabile” (se non l’hai ancora letto, te lo consiglio assolutamente).

Leggendo questo saggio, in cui l’autore indiano si chiede perché il tema dei cambiamenti climatici sia quasi del tutto assente dalla narrativa contemporanea, scoprii che esiste un genere letterario chiamato “climate fiction”.

Incuriosito da questa cosa che univa due delle mie grandi passioni (la narrativa e i cambiamenti climatici) decisi di fare qualche ricerca sul web.

Ma appena iniziai a digitare “climate fi” mi comparve “climate finance”.

Drizzai le antenne istintivamente.

Iniziai a studiare questa cosa e scoprii che si trattava di una serie di strumenti finanziari creati dal Protocollo di Kyoto del 1997 e poi riformulati con l’Accordo di Parigi del 2015 con l’obiettivo di incentivare i progetti di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici.

Tra questi strumenti ci sono anche i crediti di carbonio, un termine destinato a giocare poi un ruolo determinante nella mia vita e in quella di Aid4Mada.

In estrema sintesi, e senza volere essere troppo tecnico, la questione è la seguente: i progetti che riducono o sequestrano le emissioni di CO2 dall’atmosfera possono convertire questo impatto ambientale in titoli, appunto i crediti di carbonio, vendibili sul mercato.

In poche parole, chi realizza progetti di questo tipo, oltre a contrastare i cambiamenti climatici può generare delle entrate economiche.

Tra l’altro questo strumento è stato studiato apposta per sostenere i progetti delle ONG che operano nei Paesi in Via di Sviluppo, che in questo modo possono davvero innescare un circolo virtuoso di progetti ad alto impatto sociale e ambientale.

Mi appassionai in fretta a questa tematica, e l’entusiasmo raggiunse livelli altissimi quando ebbi la conferma che tra le tipologie di progetti che possono generare e vendere crediti di carbonio ci sono anche quelli che riguardano la costruzione di pozzi nei Paesi in Via di Sviluppo.

E qui torniamo alla domanda iniziale, ed è il momento di dare una risposta precisa.

Nei paesi come il Madagascar, per fare il nostro caso, tantissime persone non hanno accesso a fonti di acqua potabile. Quindi si approvvigionano da fonti non sicure (acquitrini, buche nella terra, pozzi a cielo aperto, ecc) e per purificare l’acqua contaminata raccolta la fanno bollire bruciando carbone o legna. Questo naturalmente causa il consumo di combustibili fossili e l’emissione di CO2 in atmosfera. Sembra una sciocchezza, ma prova a pensare a quanta acqua consumi tutti i giorni. Per bere, cucinare, lavarti. E adesso immagina che l’acqua che esce dal rubinetto non sia potabile e, tutte le volte che devi fare queste azioni, tu la debba far bollire. Ecco, forse adesso hai un’idea di quanto carbone o legna ti possa servire ogni giorno. Moltiplica tutto questo per qualche migliaio di persone e ti renderai conto dell’impatto che può avere la costruzione di un pozzo che cambia la vita a un intero villaggio.

Tutto molto bello, come ho già scritto quasi incredibile.

Ne parlai con Matilde, che mi aiutò a trovare e contattare Carbonsink, una società italiana che si occupa proprio di questo, ovvero di vendere alle aziende sue clienti i crediti di carbonio generati dalle ONG che realizzano progetti come il nostro nei Paesi in Via di Sviluppo.

Davide e Nicole ovviamente furono altrettanto entusiasti di questa opportunità e d’accordo con loro a marzo 2018 incontrai i responsabili di Carbonsink per valutare la possibilità di avviare una collaborazione sul progetto L’Acqua è Vita.

Il confronto fu molto positivo e confermò che avevamo tutte le carte in regola per generare e vendere crediti di carbonio. Per farlo, però, non sarebbe stato sufficiente costruire i pozzi. Il progetto doveva essere certificato da un ente internazionale indipendente, che avrebbe appunto misurato e validato le tonnellate di CO2 che i nostri pozzi avrebbero consentito di evitare.

La certificazione richiedeva che il progetto fosse condotto seguendo un iter metodologico molto rigoroso e complesso, che avrebbe richiesto lo svolgimento di diverse attività sul campo, sia prima della costruzione dei pozzi, che dopo la costruzione per tutto il periodo di generazione dei crediti, che nel nostro caso sarebbe stato di 5 anni.

Le attività erano tante e prevedevano tra l’altro: l’organizzazione di un meeting con tutti gli stakeholder interessati (autorità locali, istituzioni, comunità, ecc); la realizzazione di interviste e “test di ebollizione dell’acqua” presso le famiglie dei villaggi in cui avremmo costruito i pozzi; le analisi trimestrali della qualità dell’acqua una volta terminate le costruzioni; l’organizzazione di campagne annuale di sensibilizzazione all’igiene personale e al corretto utilizzo dell’acqua dei pozzi, e così via.

Eravamo consapevoli che tutte queste attività andavano coordinate dall’Italia, e che questo compito sarebbe spettato a me e Davide. Come se non bastasse la complessità di gestire la costruzione contemporanea di 10 pozzi, oltre a tutte le altre attività che già svolgevamo per l’associazione.

Ma la contropartita non ammetteva ripensamenti.

Una prima stima di Carbonsink, basata sul numero di abitanti dei villaggi in cui avremmo costruito pozzi e sul tipo di combustibile da questi utilizzato per far bollire l’acqua (ovvero il carbone), ci rivelò che i nostri 10 pozzi avrebbero potuto ridurre fino a 20.000 tonnellate di CO2 ogni anno.

Lo scrivo anche in lettere perché è un numero a cui ancora oggi fatico a credere: VENTIMILA.

Il processo di certificazione sarebbe stato lungo e complesso, ma una volta terminato avrebbe consentito all’associazione di ottenere importantissime entrate addizionali, certe e ricorrenti per almeno 5 anni, che ci avrebbero permesso di finanziare i pozzi successivi (giusto per inciso, il 19 giugno 2020 si è chiuso con esito positivo l’iter di certificazione e al momento i nostri primi crediti di carbonio sono in vendita da parte di Carbonsink).

Quindi non esitammo neanche un istante e decidemmo di avviare il progetto affinché ottenesse la certificazione.

Le prime attività da svolgere, ancor prima di iniziare i lavori di costruzione, avrebbero riguardato l’organizzazione del meeting e la realizzazione delle interviste e dei test di ebollizione dell’acqua con un centinaio di famiglie abitanti nei diversi villaggi di Tulear in cui sarebbero sorti i pozzi.

C’era solo un piccolo problema.

Che nel frattempo in Italia era iniziato il processo di separazione della nostra associazione da quella toscana, ed essendo loro i responsabili formali della gestione del Villaggio Afaka, a noi stava venendo a mancare la struttura in loco per svolgere queste attività.

Quello che accadde nei mesi successivi fu a dir poco rocambolesco.

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