Quando ho iniziato a scrivere questa storia non mi ero reso subito conto di un’incredibile coincidenza.

Nel luglio del 2012, proprio mentre Davide e Nicole si trovavano in Madagascar per il viaggio che avrebbe cambiato la loro vita, io pubblicavo il mio primo libro e iniziavo a frequentare Matilde: due fattori che, come vi racconterò più avanti, sarebbero poi diventati molto importanti nel corso di questa storia.

Ma appunto, non è ancora il momento di parlare di questo.

Torniamo ai nostri ragazzi e quell’estate del 2012.

Dopo il viaggio di nozze, Davide e Nicole rientrarono a Vicenza, dove le loro vite ripresero esattamente dal punto in cui le avevano sospese un paio di settimane prima.

All’epoca Davide, poco più che trentenne, era già manager di una multinazionale e lanciato in una promettente carriera. Nicole lavorava a tempo pieno nell’amministrazione di un’associazione sportiva. Entrambi erano da poco, per l’esattezza da quattro anni, genitori della piccola Asia. Insomma, i ritmi lavorativi e famigliari, come prevedibile, li costrinsero presto a reimmergersi in una routine frenetica che lasciava poco spazio a tutto il resto.

Tuttavia, qualcosa era cambiato nelle giornate dei due ragazzi.

Appena si fermavano un attimo a prendere fiato, non potevano fare a meno di notare che in quella melodia così ben conosciuta c’era qualcosa di diverso. Una nota stonata. Una sorta di rumore di fondo appena percettibile, ma sufficiente a disturbare il corso dei pensieri.

Entrambi ne riconobbero immediatamente la provenienza.

I bambini del Madagascar.

Quegli stessi bambini che avevano incrociato le loro vite durante quel primo viaggio, li stavano chiamando.

Gli stavano ricordando che sull’aereo che li riportava in Italia, Davide e Nicole avevano fatto una promessa.

«Dobbiamo fare qualcosa per aiutarli».

Un’intenzione che doveva tradursi in un impegno concreto.

E fu così che i due ragazzi, in una sera di autunno, dopo aver messo a letto Asia e scacciato dalla mente i pensieri lavorativi, si guardarono negli occhi e capirono che era giunto il momento.

Iniziarono a fare ricerche sul web e a studiare i siti di diverse associazioni italiane che operavano in Madagascar.

Ne trovarono presto una che catturò la loro attenzione: un’associazione che gestiva un villaggio scolastico a Tulear, sulla costa sud-ovest del Paese.

Non conoscevano quella zona del Madagascar, ma non fu difficile reperire informazioni allarmanti: la città era il centro portuale più importante di una vasta area semi-desertica, tra le più povere dell’isola, in costante emergenza alimentare, idrica e sanitaria. Come nel resto del Paese la popolazione vi viveva in precarie condizioni, al limite della sussistenza, e la stragrande maggioranza dei bambini non aveva accesso all’istruzione di base.

Davide e Nicole non ci pensarono due volte. Quella sera stessa scrissero una mail e, quando cliccarono sul tasto invio, si guardarono negli occhi senza parlare. Nei loro sguardi riconobbero le medesime sensazioni: la speranza di aver trovato il modo di fare qualcosa, la paura di aver innescato una rivoluzione nelle loro vite.

I responsabili dell’associazione risposero presto. Davide e Nicole li incontrarono, e da lì iniziò la collaborazione con questa realtà.

Come primo passo, decisero di adottare a distanza un bambino che frequentava la scuola di Tulear. Nei mesi successivi, capirono che se volevano fare davvero la differenza dovevano impegnare anche il loro tempo. Iniziarono a partecipare a eventi sportivi e a mercatini, portando in giro per la provincia di Vicenza il loro nuovo sogno.

Due anni così, a raccogliere fondi, parlare del Madagascar e dei bambini, scontrarsi con chi li criticava, con chi gli diceva: «Tanto non serve a niente, è solo una goccia nell’oceano».

Per fortuna, anche se non erano più numerosi, furono sicuramente più efficaci le parole di chi invece lodava il loro impegno e li convinceva ad andare avanti.

Prima fra tutti, la piccola Asia, che già sognava a occhi aperti di andare in Madagascar e giocare con quei bambini di cui vedeva le foto e i video sul computer. Di cui già solo così percepiva l’enorme vitalità e gioia, nonostante la povertà estrema in cui erano costretti a vivere.

A inizio 2015 Davide e Nicole si guardarono ancora una volta negli occhi.

Decisero di comune accordo che la strada intrapresa era proprio quella che volevano percorrere, e che era il momento di fare un altro passo avanti.

A maggio 2015 costituirono la loro associazione, nella quale reclutarono subito i genitori di Nicole: Valeria e Bruno.

Per la prima volta scrissero nero su bianco, sullo statuto, il pensiero che li ossessionava da ormai due anni e mezzo.

Un mantra che era diventata una missione.

Aiutare in modo concreto la popolazione del Madagascar, e in particolare i bambini.

La formalizzazione dell’impegno diede loro nuovi impulsi e stimoli per proseguire nell’attività di raccolta fondi e di sensibilizzazione dell’opinione pubblica nei confronti di un Paese di cui si sentiva parlare poco in Italia, ma che da sempre si trovava in fondo alla lista dei più poveri al mondo.

Entrambi avevano ben chiara l’importanza di queste attività sul territorio, ma il Madagascar li stava richiamando.

O forse era Asia che si sentiva pronta ad attraversare l’emisfero per conoscere quei bambini che avevano rapito il cuore ai suoi genitori.

Verso la fine dell’anno, mentre l’associazione otteneva il riconoscimento come onlus, Davide e Nicole iniziarono a pensarci seriamente.

Certo, non sarebbe stato un viaggio come il primo.

Innanzitutto ci sarebbe stata una bambina piccola al seguito.

E poi si trattava di andare in aree ancora poco turistiche, estremamente povere e meno sicure rispetto al paradiso di Nosy Be.

Non era una decisione facile da prendere.

Ma era inevitabile.

Come l’acqua che, una volta nata, inizia a scorrere verso valle.

Ad aprile 2016 Davide, Nicole e la piccola Asia salirono sull’aereo che li avrebbe riportati in Madagascar.

Questa volta non come turisti, ma come volontari.

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