Il 14 aprile 2017 la comitiva di volontari partì quindi alla volta di Andavadoaka.

La prima parte del viaggio lungo la costa a nord di Tulear fu abbastanza comoda, grazie alla strada asfaltata costruita dai cinesi per agevolare i loro affari da quelle parti. Poi, superata Mangily, il 4×4 si immise in una pista sabbiosa che costeggiava l’oceano. L’andatura ovviamente ne risentì, ma il paesaggio era mozzafiato. Dune di sabbia bianca e mare smeraldo da un lato, foresta spinosa e baobab dall’altro. Una zona selvaggia e ancora poco frequentata del Madagascar, costellata di tanto in tanto da qualche isolato villaggio di pescatori. Dopo una giornata intera di viaggio, i ragazzi arrivarono finalmente ad Andavadoaka al calare della sera.

Ad attenderli i proprietari italiani dell’hotel, una gustosa cenetta a base di pesce e un incredibile cielo stellato.

Le fatiche del viaggio sparirono immediatamente dopo una notte tranquilla e una mattina di relax sulla spiaggia incantevole e deserta dell’hotel. Poi dopo pranzo Davide, Nicole e Asia si recarono in visita all’Ospedale Vezo. In un paese in cui la sanità pubblica è ai livelli minimi mondiali, Amici di Ampasilava, un’associazione di medici bolognesi ha costruito da zero proprio ad Andavodaoka una struttura moderna completamente gratuita per tutti i malgasci. Medici, chirurghi e tantissimi volontari italiani sono sempre disponibili, sette giorni alla settimana, ventiquattro ore al giorno, per effettuare interventi di ogni tipo a persone che arrivano qui da ogni angolo del Madagascar. C’è la sala raggi, la farmacia, la sala operatoria, la casa dei volontari, un database di cartelle cliniche condivise in tempo reale con il Policlinico Sant’Orsola di Bologna. Insomma, un vero e proprio gioiello, che rafforzò nell’animo dei ragazzi alcune convinzioni che stavano maturando dalla loro esperienza di volontariato in Madagascar.

La prima: se vuoi fare qualcosa che concretamente aiuti le persone in difficoltà devi rimboccarti le maniche e farlo, senza aspettare che ci pensi qualcun altro, e tantomeno le istituzioni.

La seconda: in Madagascar nulla è impossibile. Se questa associazione di medici era riuscita a costruire da zero una simile cattedrale, in un luogo così isolato e difficile da raggiungere, allora anche il loro sogno di portare istruzione scolastica di base a tutti i bambini di Tulear poteva essere realizzato.

Dopo qualche giorno ad Andavadoaka insieme ai medici dell’Ospedale Vezo, Davide, Nicole e Asia si rimisero in marcia verso Tulear con il cuore pieno di rinnovato entusiasmo e speranza, e le valigie di integratori alimentari e medicine per i bimbi della scuola.

Rientrati alla base li aspettavano ancora alcuni giorni di attività prima di ripartire. Tra queste, leggo con grande sorpresa ed emozione nel loro diario di viaggio, la prima skype che organizzarono tra me e Matilde e la bimba del Villaggio Afaka che avevamo adottato. Riporto testualmente quanto scritto da Nicole: “Massimo è un giovane scrittore che ha deciso di devolvere una percentuale dei proventi del suo libro “Quando guardo verso ovest” al nostro progetto. Matilde era visibilmente emozionata, a qualcuno può sembrare strano commuoversi per una semplice chiamata Skype… ma riuscire a incontrare e a parlare con quel bimbo a cui, con pochi euro al mese, riesci a migliorare la vita e a farlo felice, è un momento molto forte… bisogna effettivamente provarlo per crederci!!!”

A parte ringraziarla per il “giovane”, non credo sia necessario aggiungere altro.

Le giornate passarono veloci, tra incontri alla scuola e visite alle famiglie per consegnare ai bimbi adottati regali, vestiti, giocattoli da parte di chi li sostiene dall’Italia. Sono momenti molto particolari, in cui si entra in contatto diretto con la realtà della vita malgascia. Si visitano le loro “case”, spesso baracche di lamiera o di paglia di pochi metri quadrati, in cui vivono famiglie numerosissime. “Vivono” ovviamente va letto non nel modo che intendiamo noi. La miseria, la sporcizia, il disagio sono impossibili da immaginare per chi non ha mai fatto questa esperienza. Ma, allo stesso modo, è impossibile immaginare la gioia e la gratitudine con cui questi bimbi e le loro famiglie accolgono l’uomo bianco che porta loro in dono un paio di ciabattine nuove, una maglietta pulita, una confezione di colori, un giocattolo usato, uno spazzolino. Certo, questi gesti non hanno mai salvato una sola vita, né mai ne salveranno. Ma possono portare un attimo di luce nelle tenebre costanti di una vita al limite, e questo, soprattutto per un bambino, ha un valore immenso. I ragazzi ormai lo avevano capito bene, e non si risparmiarono. In quegli ultimi giorni a Tulear visitarono più famiglie possibile e cercarono di illuminare, anche se solo per qualche minuto, il maggior numero di vite. Di far capire a queste persone che da qualche parte, nella metà fortunata del mondo, c’era qualcuno che aveva pensato a loro. Sembra poco ma non lo è. Fa la differenza.

E infatti molti dei bambini più problematici visitati da Davide e Nicole l’anno prima mostravano evidenti progressi, sia sul lato fisico che caratteriale. Altri invece mostravano gravi patologie, legate principalmente alla malnutrizione e all’acqua contaminata. Tra questi il caso più critico era sicuramente quello del piccolo Judicael, che i ragazzi segnalarono prontamente all’associazione di medici dell’Ospedale Vezo salvandogli la vita.

Intanto il tempo a disposizione dei volontari stava di nuovo per scadere, e le lancette dei loro orologi a riallinearsi sul fuso italiano. Era tempo di partire, di dire un’altra volta “Veloma”, arrivederci, al Madagascar. Ma, prima che il viaggio terminasse, successe una cosa. Una cosa che cambiò il corso degli eventi, e che scatenò l’inondazione. 

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