Nell’agosto del 2016 fecero la loro comparsa in questa storia Massimo e Matilde.

O meglio, visto che ne sono il narratore, io e mia moglie.

E pensare che io, in Madagascar, non ci volevo neanche andare.

A settembre dell’anno precedente ci eravamo sposati, senza avere ancora le idee molto chiare sul viaggio di nozze. In realtà io le avevo. Volevo andare in India. Proprio in quel periodo, ci eravamo avvicinati entrambi alla Meditazione Trascendentale, che vede la sua capitale mondiale in Rishikesh. Questa tranquilla e mistica cittadina sulle rive del Gange è frequentata da persone che la raggiungono da ogni angolo del mondo, per vivere un’esperienza all’insegna della meditazione e dello yoga in uno dei tanti ashram. Insomma, per farla breve, mi attirava proprio un viaggio di questo tipo: qualche giorno a Rishikesh e poi su, verso l’Himalaya. Il mio sogno di sempre, fin da quando ero bambino. Anche Matilde era convinta, al punto che avevamo già iniziato a pianificare l’itinerario e a chiedere preventivi. Studiando tutto quello che potevo su questa parte dell’India, dai romanzi di Tiziano Terzani e di Gregory David Roberts (quello di Shantaram per intenderci) alle guide di viaggio, poi era successa una cosa straordinaria. Era nata nella mia testa una storia, ambientata proprio lungo quello stesso itinerario che avremmo dovuto compiere noi. Una storia che aveva a che fare con un libro misterioso e un monastero sperduto tra le vette dell’Himalaya. Ma questa, appunto, è un’altra storia che ho già raccontato.

Fatto sta che a inizio 2016 Matilde mi confessò che non se la sentiva di andare in India. La capivo: devi sentirti pronto per l’India, non la puoi approcciare con superficialità o rischi di rimanerne segnato. Io non sapevo se ero o meno pronto, però ero certo che l’India mi stava chiamando. E quindi rinunciai a malincuore a quel viaggio che da mesi sognavo e pianificavo, a quel viaggio che in un certo senso avevo già raccontato prima ancora di compierlo.

Però accettai la posizione di Matilde, anche perché in alternativa mi proponeva una meta che solo a pronunciarne il nome evoca paesaggi esotici e natura selvaggia: il Madagascar.

Immaginai di essere Chatwin, seduto in un ufficio alla cui parete era appesa la mappa dell’isola africana. «Ho sempre desiderato andarci» annunciavo al proprietario dell’ufficio. «Anche io. Ci vada lei per me!», mi rispondeva lui.

E io allora ci sarei andato. A una condizione: che quel viaggio avesse cambiato la mia vita, così come la Patagonia aveva cambiato quella di Chatwin.

Qualche mese dopo, nell’agosto del 2016, io e Matilde atterravamo all’aeroporto di Antananarivo, la capitale malgascia. Lì ci aspettava suo fratello Vincenzo, che viveva a Sidney da due anni e non vedevamo dal giorno del matrimonio. Ci era sembrato naturale proporgli di aggregarsi al nostro viaggio, dal momento che anche lui, come la sorella, sognava il Madagascar fin da bambino.

Del resto, quello che avevamo deciso di fare aveva pochi dei connotati tipici dei viaggi di nozze. Avremmo attraversato il Madagascar verso sud, tagliando il centro dell’isola con un viaggio on the road di oltre una settimana, con escursioni in diversi parchi nazionali e trekking. Poi, solo alla fine del tour, ci saremmo riposati qualche giorno sulle spiagge tropicali di Anakao.

Fu un viaggio straordinario, in cui riuscimmo a entrare in contatto con la meravigliosa natura malgascia e soprattutto con la sua gente.

La dura realtà delle condizioni di vita della popolazione locale ci colpì molto fin da subito. Per tutti e tre era il primo viaggio in un Paese così povero, uno dei più poveri al mondo del resto. La cosa più incredibile, quella che con maggiore potenza aveva colpito i nostri cuori in quei giorni, erano i sorrisi dei bambini. Nonostante le evidenti condizioni di disagio in cui erano costretti a sopravvivere, sorridevano sempre. Mentre si avvicinavano al finestrino dell’auto per chiedere il cadeaux. Mentre camminavano per strada con le taniche d’acqua sulla testa. Mentre portavano al pascolo le mandrie di zebù. Mentre lavoravano nelle fabbriche di mattoni a cielo aperto o nelle risaie. Mentre facevano tutto quello che un bambino non dovrebbe essere costretto a fare. Sorridevano. Sempre.

Come Nicole e Davide quattro anni prima, avevamo deciso che, al rientro in Italia, avremmo pensato a cosa fare per aiutare quei bambini, quel popolo, quel meraviglioso Paese. Ma non sapevamo cosa. La risposta ci si presentò di persona proprio negli ultimi giorni.

Ad Anakao, al Peter Pan Hotel, incontrammo due ragazzi, Jessica e Valerio. Erano in missione umanitaria a Tulear, dove stavano svolgendo un’esperienza di volontariato per un’associazione italiana che gestiva una scuola in quella città. Erano ad Anakao per godersi un paio di giorni di mare e mettere in stand-by la carica emotiva che quell’esperienza stava provocando nelle loro anime. Legammo subito con loro e prendemmo informazioni sull’associazione.

Rientrati in Italia fummo presto riassorbiti dalla quotidianità e storditi dal rumore di fondo delle nostre vite occidentali. Ma non ci dimenticammo dei bambini del Madagascar. Dopo qualche settimana decidemmo di contattare l’associazione e ne conoscemmo i responsabili.

Eh sì, proprio loro.

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