Alle 16 Davide, Nicole e Asia erano finalmente di fronte al portone rosso della scuola di Betania, che all’epoca ospitava la sede dell’associazione e le classi degli studenti più grandi.

L’emozione era tanta, mentre il responsabile dell’associazione, che aveva accolto i tre all’autostazione di Tulear solo pochi minuti prima, girava la maniglia di quel portone rosso.

E lì iniziò la meraviglia.

I ragazzi erano tutti pronti nell’ampio cortile della scuola, agghindati nel caratteristico abbigliamento dei Bara (l’etnia di quella zona dell’isola) e con enormi sorrisi dipinti sui volti giovani.

Si lanciarono subito in una magnifica e coinvolgente danza malgascia di “Tonga Soa” (benvenuto). La timidezza e le preoccupazioni se ne andarono via subito, e in un attimo Davide, Nicole e Asia si trovarono a cantare e ballare insieme ai ragazzi e agli educatori.

La festa proseguì all’interno, dove gli studenti si presentarono uno alla volta ai tre volontari, prima di recuperare gli zaini e tornare alle loro case.

Le forti emozioni di quelle ultime ore, l’accoglienza inattesa, la gratitudine nelle parole e negli sguardi dei ragazzi, avevano scosso profondamente i tre. Anche per loro era il momento di ritirarsi nelle stanze riservate all’interno della scuola, per elaborare al meglio quelle emozioni e il significato di tutto ciò che stavano facendo. Dopo una veloce cena con i responsabili dell’associazione se ne andarono a dormire con la pancia piena di riso e pesce e il cuore pieno di felicità.

I giorni successivi a Tulear furono molto intensi e pieni di emozioni contrastanti.

Davide, Nicole e Asia fecero la spola senza sosta tra la scuola di Betania, quella di Rossignol (dove studiavamo i bimbi della primaria) e quella dei ragazzi della secondaria. Le tre strutture distavano anche alcuni km l’una dall’altra e per raggiungerle era necessario spostarsi a fatica con il taxi tra le strette strade del centro di Tulear. Riuscire a far studiare tutti gli studenti in un’unica grande struttura sarebbe stato sicuramente meglio, e Davide e Nicole si ripromisero che, al ritorno in Italia, si sarebbero messi subito al lavoro per realizzare questo obiettivo.

Le visite ai bimbi della primaria e ai ragazzi della secondaria furono gioiose ed emozionanti: canti e balli in malgascio e in italiano, consegna dei regali che i tre avevano portato dall’Italia (t-shirt, cappellini, giochi, spazzolini, saponette, dentifrici, ecc), collegamenti skype con i bambini della scuola di Asia e con alcuni genitori adottivi, pranzi tutti insieme nelle mense delle scuole, partite di volley e basket con i ragazzi.

Un’altra attività importante a cui Davide e Nicole si erano ripromessi di dedicarsi in quei giorni erano gli incontri con le famiglie dei bimbi e le visite alle loro case. Sapevano già prima di arrivare che la maggior parte di queste famiglie vivevano in situazioni di forte precarietà economica e sanitaria, e che le loro “case” in realtà erano molto spesso piccole baracche di lamiera con una sola stanza. Quello che non sapevano era che la realtà di alcune di quelle situazioni li avrebbe colpiti con un pugno allo stomaco.

Affrontarono con forza quel mondo così lontano dal loro. Un mondo in cui le famiglie vivevano in mezzo alla sporcizia e al degrado. In cui spesso il padre (e purtroppo a volte anche la madre) abbandonava i figli al loro destino. In cui i bambini morivano per la fame, la sete e malattie che pensavano non esistere più da secoli. In cui il cibo tutti i giorni, l’acqua potabile, le medicine, i vestiti puliti erano vere e proprie utopie. Gli adulti, quelli che rimanevano accanto alla famiglia, vivevano per lo più di espedienti e di modesti lavori saltuari. I bambini fortunati, come quelli aiutati dall’associazione, potevano frequentare la scuola, il che significava soprattutto stare lontani dalle strade, avere cibo e acqua, poter portare a casa una volta ogni due settimane alimenti e prodotti igienici, avere l’opportunità di un’istruzione di base. I bambini meno fortunati, beh non credo sia necessario scriverlo.

Eppure, nonostante questo profondo degrado, diffuso del resto in tutto il Madagascar, la cosa che più stupì Davide, Nicole e Asia fu l’incredibile allegria dei bambini e l’ospitalità degli adulti ogni volta che li accoglievano con sorrisi sinceri nelle loro modeste case, ogni volta che scartavano con gli occhi luccicanti i pacchi che i tre avevano portato loro dall’Italia o acquistato per loro al mercato, ogni volta che si scambiavano un gesto di affetto e di vicinanza.

Cose che forse non avrebbero salvato la vita di queste povere famiglie, ma che venivano da queste accolte come una benedizione dal cielo.

Ci fu anche il tempo per i tre di riprendere fiato ed esplorare un po’ i dintorni di Tulear: la visita al Villaggio delle Tartarughe di Mangily, la passeggiata tra i baobab della foresta spinosa nella Riserva di Reniala, un paio di giorni di relax sulla spiagge dell’incantevole villaggio di pescatori di Anakao.

E poi le puntate al mercato per acquistare prodotti di artigianato locale da rivendere poi nei mercatini in Italia, le foto e le preparazioni delle schede di tutti i bimbi della primaria e della secondaria ancora in attesa di essere adottati a distanza, la grande cerimonia per la consegna dei doni portati dall’Italia e per festeggiare i compleanni dei bimbi nati in aprile.

Insomma, furono giornate frenetiche, in cui i tre non si risparmiarono né fisicamente né emotivamente per dedicarsi al massimo alla missione che li aveva portati fin lì dall’Italia.

Forse può essere superfluo scrivere quanto forti e contrastanti furono le emozioni che provarono in quei giorni.

Forse può essere esagerato scrivere che, in effetti, i pochi giorni trascorsi a Tulear e le atività svolte, per quanto potessero sembrare una goccia nel mare, portarono una ventata di cambiamento nella vita di molte famiglie.

Forse può essere banale scrivere che quell’esperienza cambiò profondamente la visione che fino a quel momento Davide, Nicole e anche Asia avevano avuto del mondo e della vita.

Forse sarà superfluo, esagerato, banale.

Ma è reale.

E i ragazzi lo avevano capito forte e chiaro.

E, al termine della missione, tornarono in Italia con una nuova consapevolezza e idee ancora più chiare per il loro futuro.

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