Il 1° settembre 2018 iniziò ufficialmente la storia di Aid4Mada.

Oggi è ormai la ragione sociale dell’associazione, ma all’epoca lo lanciammo solo come brand.

Avevamo fretta di comunicare il cambiamento rispetto al passato e di distinguerci nettamente dall’associazione toscana con cui i rapporti erano ormai interrotti.

Oltre al nuovo nome, ne approfittammo per riformulare la nostra missione e darle un connotato più ampio e centrato.

Gli ultimi mesi erano stati frenetici e intensi. La separazione delle associazioni e l’avvio del progetto L’acqua è vita ci avevano impegnato tantissimo tempo ed energie. Ma questo non ci aveva impedito di fare profonde riflessioni sul futuro della nostra associazione.

Avevamo capito innanzitutto quello che non volevamo fare.

Non volevamo raccogliere donazioni per fare beneficenza.

Non volevamo portare in Madagascar solo del denaro.

Non volevamo limitare il nostro raggio d’azione né in termini di aree d’intervento né in termini territoriali.

Una volta decise queste cose, fu facile capire cosa volevamo fare.

Volevamo dare l’opportunità a chiunque di contribuire a un vero cambiamento e di vedere con i propri occhi l’impatto generato.

Volevamo realizzare e seguire sul campo in prima linea questo cambiamento, e assicurarne la continuità nel tempo.

Volevamo fare tutto quello che sarebbe stato nelle nostre possibilità per aiutare la popolazione del Madagascar a migliorare le proprie condizioni di vita, intervenendo dove e come ce ne sarebbe stata la necessità.

Tutto questo fu sintetizzato nella nostra missione, che più che uno slogan diventò un vero e proprio mantra per tutti noi.

AIUTARE IL MADAGASCAR A REALIZZARE UNO SVILUPPO SOSTENIBILE.

Questo era, ed è, e sarà sempre il nostro fine ultimo.

Realizzare uno sviluppo sostenibile significa essere in grado di portare avanti in autonomia un nuovo modello sociale. Che sia un pozzo, una scuola, una serra o qualsiasi altra cosa faremo in futuro non fa differenza. L’intervento iniziale spetta a noi, perché servono fondi e competenze che in Madagascar mancano. Ma poi la popolazione locale deve essere messa nelle condizioni di preservare quello che viene realizzato, di garantirne la continuità con le proprie risorse, senza dover sempre aspettare il benefattore di turno che risolve le situazioni come un deus ex machina.

Anche perché molto spesso il benefattore di turno dopo aver foraggiato una volta, quanto basta per lavarsi la coscienza o per poter rendere conto serenamente ai propri finanziatori, poi si fa di nebbia.

Questo non è luogo comune o un pregiudizio, ma è quanto avevamo riscontrato sul campo in quei mesi.

Girando per i villaggi che il Ministero dell’Acqua ci aveva segnalato come i più disagiati in termini di accesso all’acqua, avevamo visto spesso pozzi distrutti e non più in funzione. Le ONG che li avevano costruiti si erano preoccupate di lasciare delle belle targhette con il loro logo, ma si erano dimenticate di fare la manutenzione del manufatto, o di insegnare alla comunità come farla. Con il risultato che al primo problema gli abitanti dei villaggi non avevano avuto alternativa che scoperchiare il pozzo e trasformarlo così in una buca aperta da cui tutti potevano continuare ad attingere l’acqua. Una buca aperta dentro la quale, oltre ai secchi, potevano entrare la pioggia, la polvere, i batteri, gli agenti patogeni, le feci delle persone. Una buca aperta che non conteneva più acqua potabile ma veleno.

Noi volevamo cambiare drasticamente tutto questo.

Innanzitutto, il processo di certificazione dell’impatto climatico del progetto avrebbe comportato per forza di cose tutta una serie di attività di monitoraggio negli anni, per garantire il mantenimento della potabilità e della sicurezza dell’acqua.

Analisi chimico-batteriologiche trimestrali, interviste e test sul consumo dell’acqua insieme alle famiglie dei villaggi, campagne di sensibilizzazione all’igiene personale.

Tutte cose che nessun’altra ONG faceva, perlomeno non chi costruiva pozzi a Tulear.

Inoltre, avevamo pensato che la cosa migliore sarebbe stata costituire in ogni villaggio un Comitato dell’Acqua, composto dal capo-villaggio e da alcuni rappresentanti delle famiglie. Questo organismo sarebbe stato formato da noi e dai tecnici dell’impresa di costruzione, e avrebbe avuto il compito di garantire l’utilizzo equo del pozzo da parte di tutta la popolazione, di controllarne quotidianamente lo stato di funzionamento, di effettuare direttamente piccole manutenzioni e di relazionarsi con una certa frequenza con il nostro personale per segnalare eventuali disfunzioni o necessità di interventi significativi.

L’idea ci sembrava ottima e coerente con la nostra missione.

C’era solo un piccolo problema: che non avevamo personale sul campo.

Zo, la ragazza di Tulear che avevamo ingaggiato in agosto, aveva già un lavoro. Faceva l’insegnante e a metà settembre avrebbe dovuto riprendere le lezioni. E comunque non aveva esperienze né competenze in questo campo, eravamo consapevoli fin da subito che ci avrebbe potuto dare una mano a seguire l’avanzamento dei lavori e inviarci foto e informazioni, ma niente di più.

Avevamo assoluto bisogno di una persona che fosse invece esperta nella cooperazione e nel volontariato, e che avesse il desiderio di lavorare sul campo, fianco a fianco con la popolazione locale, come responsabile operativo di Aid4Mada.

Sapevamo benissimo, Davide e Nicole meglio di tutti, che in tutta Tulear ci sarebbe stata una sola persona in grado di ricoprire questo importante ruolo.

Ma non potevamo contattarla, perché lavorava al Villaggio Afaka e non era certo nostra intenzione portare via personale qualificato all’associazione toscana.

Per fortuna, appena venuto a conoscenza di quanto accaduto tra le due associazioni, fu proprio lui a decidere di licenziarsi e a contattarci.

Ed è così che fa il suo ingresso in questa storia un nuovo personaggio, che si rivelerà fondamentale per tutto ciò che successe in seguito.

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