A inizio agosto 2018 nasceva nelle nostre teste il brand Aid4Mada per dare un titolo a un nuovo capitolo della storia dell’associazione.

Allo stesso tempo, nasceva anche il timore che non saremmo riusciti a svolgere tutte le attività richieste per la certificazione del progetto L’acqua è vita.

Prima di iniziare a costruire i 10 pozzi infatti avremmo dovuto realizzare un centinaio di interviste ad altrettante famiglie abitanti nei villaggi interessati e almeno una trentina di test di ebollizione dell’acqua, per capire quanto carbone bruciavano per far bollire l’acqua contaminata. E quindi per stimare quante tonnellate di emissioni di CO2 avremmo consentito di ridurre attraverso i nostri pozzi.

Erano attività non complesse, ma che richiedevano del personale dedicato e una presenza sul campo.

Gli sviluppi della separazione dall’associazione toscana ci avevano privato di entrambe le cose.

E se non fossimo riusciti a trovare una soluzione, avremmo dovuto rinunciare all’importante opportunità che ci si presentava per generare crediti di carbonio, e quindi future entrate per sostenere i nostri progetti.

Avremmo costruito i 10 pozzi, senza dubbio. Ma forse ci saremmo fermati lì. Forse non avremmo continuato a investire così tanto tempo ed energie sul continuo affinamento del progetto. Forse non avremmo passato serate e weekend interi a ideare e progettare le Water Tower che l’anno successivo ci avrebbero permesso di moltiplicare l’impatto (in termini di persone servite e crediti di carbonio generati) con un piccolo aumento dei costi. O forse sì, chi può dirlo.

Fatto sta che perdere questa opportunità non era un’eventualità contemplata.

Iniziammo a smuovere tutti i canali che avevamo, soprattutto Davide e Nicole che in tanti anni di missioni in Madagascar avevano costruito, con grande lungimiranza, una notevole rete di contatti.

Attraverso uno di questi riuscimmo a trovare Zo, una donna di Tulear che faceva l’insegnante e parlava bene inglese. Per noi era sufficiente e la ingaggiammo subito, affidandole il compito di realizzare le attività necessarie alla certificazione, tenere rapporti quotidiani con il costruttore e aggiornarci il più frequentemente possibile su tutti gli sviluppi del progetto.

Furono giorni frenetici e caotici, ma il 6 agosto finalmente iniziarono gli scavi.

Io e Matilde dalla Georgia e Davide e Nicole dalla Croazia riuscimmo a formare e mettere in condizioni Zo di fare al meglio il suo lavoro, e a dare l’avvio ai lavori.

Ti confesso che le prime foto che arrivarono dal Madagascar, con gli operai che piantavano i loro attrezzi nel terreno arido sotto gli sguardi curiosi di bambini che probabilmente non avevano mai bevuto acqua potabile, mi emozionarono parecchio.

Sentivo che era l’inizio di qualcosa. Di un cambiamento radicale nelle vite di quelle persone. Ma anche nella mia.

Nel frattempo, mentre viaggiavo nel Caucaso leggevo La storia dell’acqua di Maja Lunde, una climate fiction in cui l’autrice racconta di un mondo futuro senza acqua, e pensavo due cose.

La prima: che avrei fatto tutto quello che sarebbe stato nelle mie possibilità per impedire che questa distopia divenisse realtà.

La seconda: che avrei scritto anch’io la mia Storia dell’acqua, raccontando un mondo molto diverso.

Un mondo in cui migliaia di persone che vivono ai margini, in condizioni che alle nostre latitudini non possiamo nemmeno immaginarci, riescono a cambiare le proprie vite grazie all’acqua.

Ma anche un mondo in cui ogni singola persona che vive alle nostre latitudini ha il potere di cambiare migliaia di vite grazie all’acqua.

Un mondo in cui quella persona puoi essere tu, e le vite cambiate quelle delle persone del Madagascar.

Quando il primo operaio piantò il primo attrezzo nel terreno del primo villaggio, ecco quello è il momento in cui questa storia venne alla luce.

Non nacque, perché era nata già quando Davide e Nicole avevano fatto il loro primo viaggio in Madagascar. Ed era cresciuta negli anni successivi quando avevano deciso di costituire la loro associazione, quando poi io e Matilde eravamo a nostra volta andati in Madagascar, quando avevamo deciso di contattarli, quando avevamo accettato l’invito a diventare consiglieri dell’associazione, quando alcuni bambini si erano messi a bere l’acqua piovana dalle pozzanghere davanti agli occhi increduli dei ragazzi, quando era stato inaugurato il primo pozzo all’interno del Villaggio Afaka, quando avevamo ottenuto il contributo che ci avrebbe finanziato l’avvio del progetto L’acqua è vita.

Tutte svolte fondamentali del fiume che era corso fino a quel momento appena sotto la superficie del terreno delle nostre vite e di quelle di migliaia di persone in Madagascar.

E che quegli operai stavano per far emergere in tutta la sua potenza di cambiamento.

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