Il 2017 iniziò sotto i migliori auspici, sia in Madagascar che in Italia.

A Tulear i bambini iniziarono l’anno all’interno del Villaggio Afaka. Un primo blocco di aule era già pronto a ospitarli, e a febbraio partirono i lavori per costruirne un secondo. L’obiettivo era quello di riuscire ad accogliere entro la fine dell’anno tutti gli oltre 200 bambini sostenuti dall’associazione in un’unica struttura, confortevole e pulita. 

Nel frattempo a Vicenza si preparavano le valigie per un nuovo viaggio.

L’8 aprile Davide, Nicole e Asia partirono per il Madagascar, questa volta insieme a Vanna e Walter, una coppia di genitori adottivi. Per loro la prima volta in Madagascar, ma soprattutto la prima volta che avrebbero conosciuto di persona Adolphe, il bambino che sostenevano già da diversi mesi. L’emozione era grande. Ma era grande anche quella di Davide, Nicole e Asia, nonostante fosse già il loro secondo viaggio di volontariato. Questa volta avrebbero visto con i loro occhi il Villaggio Afaka, la realizzazione di un progetto a cui avevano dedicato così tanto tempo ed energie nei mesi precedenti.

I cinque atterrarono ad Antananarivo il 9 aprile e il giorno successivo iniziarono il viaggio on the road che li avrebbe portati a Tulear. L’unica tappa intermedia fu Fianarantsoa, dove soggiornarono anche questa volta nella struttura dei Salesiani gestita da Padre Gilbert. Dopodiché dritti fino a Tulear, la voglia di arrivare era tanta. Arrivarono a sera inoltrata davanti a quel portone rosso di Betania che ormai rappresentava la soglia della loro seconda casa.  Ad aspettarli tutto il personale dell’associazione, che con un caloroso benvenuto fece loro dimenticare in fretta le scomodità del lungo viaggio.

Quella fu una serata di grandi festeggiamenti, ma soprattutto di grande attesa per il giorno successivo. Ora che l’ho provato anch’io sulla mia pelle, conosco bene il groppo in gola che accompagna il volontario per tutto il viaggio. L’emozione che agita il cuore nel momento in cui ci si trova lì, davanti al portone della scuola. Sapendo che dietro ci sono tutti i bimbi a cui hai deciso di dedicare buona parte della tua vita. È una sensazione difficile da raccontare, ma forse è una delle più autentiche che si possano provare nella vita.

E sono certo che è la stessa che provarono Davide, Nicole, Asia, Vanna e Walter quando, la mattina dell’11 aprile, varcarono la soglia del Villaggio Afaka. Da quel momento in poi iniziò un turbine di festeggiamenti che travolse letteralmente i cinque. Decine e decine di bambini vestiti con abiti tradizionali eseguirono canti e danze tradizionali, parate con le bandiere italiana e malgascia, giochi di gruppo.

Poi iniziò la visita della struttura. Le aule nuove erano accoglienti, pulite e ben curate.  Quelle avviate a febbraio erano ancora in costruzione, ma sarebbero state pronte a breve. Il cortile era grande e ombreggiato. E queste erano le buone notizie.

I ragazzi si resero subito conto però che c’era ancora molto da fare: la mensa e la cucina erano fatiscenti, mancavano i bagni e, soprattutto, un pozzo. Però il più era fatto, il cambiamento era stato innescato. E vedere finalmente quasi tutti i bambini dell’associazione in un’unica struttura era già un enorme motivo di orgoglio e felicità.

Ma non c’era tempo di crogiolarsi perché le attività da fare a Tulear erano tantissime e il tempo limitato. I tre giorni successivi volarono tra visite alle famiglie dei bambini adottati, collegamenti skype con i genitori adottivi e le scuole del vicentino che avevano partecipato al progetto Conoscersi, corsi di cucito alle ragazze più grandi del Villaggio Afaka, consegna dei tantissimi regali e materiali didattici portati dall’Italia, distribuzione dei generi alimentari alle famiglie, giochi con i più piccolini e partite a volley e basket con i più grandi.

Tre giorni così a Tulear valgono come tre mesi in un viaggio “normale”. E i ragazzi avevano proprio bisogno di staccare un po’. Decisero di trascorrere un paio di giorni ad Andavadoaka, un villaggio sulla costa, a nord di Tulear. Non solo per crogiolarsi sulle incantevoli spiagge tropicali, ma anche per visitare un’altra associazione italiana con cui avevano preso contatto nei mesi prima della partenza. Un’associazione di medici bolognesi che aveva costruito da zero un ospedale moderno e completamente gratuito per tutti i malgasci.

Era tempo di partire verso nord, verso un nuovo capitolo di questa avventura.

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