Cosa significa fare Volontariato in Madagascar: l’esperienza di Giulia

Il volontariato è un’esperienza che cambia la vita di chi la fa, e che da ad ognuno la possibilità di contribuire a cambiare le vite delle persone che vengono aiutate.

Ma cosa significa davvero fare volontariato? Chi lo può fare? Quali sono le competenze che è necessario avere? Come ci si deve preparare per un’esperienza di questo tipo?

Per rispondere a queste ed altre domande abbiamo intervistato Giulia Rametta, la dottoressa che ha deciso di dedicare ben 3 mesi (da novembre 2021 a febbraio 2022) a svolgere un’esperienza di volontariato a Tulear, per aiutare il nostro staff locale ad avviare il nuovo progetto sanitario e portare il suo tempo e le sue competenze al servizio dei bambini della nostra scuola.

Tu sei stata una delle prime volontarie a tornare in Madagascar dopo quasi due anni di chiusura a causa del Covid, quali sono i cambiamenti più importanti che hai trovato nel Paese e nella popolazione?

Nella mia precedente esperienza ho vissuto in Madagascar per un lungo periodo durante la pandemia mondiale, e già allora ho iniziato a vedere alcuni cambiamenti, principalmente dovuti alla diminuzione netta del turismo. Tornando dopo quasi due anni di Covid, si avverte forte quanto questa chiusura delle frontiere sia stata devastante per tutta la popolazione malgascia (soprattutto al Sud, dove già le condizioni economiche erano terribili). La povertà che ti viene sbattuta in faccia è inimmaginabile, ad ogni angolo della città di Tulear ti scontri con realtà che sono impossibili da descrivere, è palese come la situazione sia estremamente critica… e credo che il Covid e la conseguente diminuzione del turismo, abbia acuito enormemente questa situazione di estrema precarietà. Ciò che fortunatamente è rimasto uguale è lo spirito delle persone, la dignità, i sorrisi…Nonostante la povertà, si respira sempre un’aria di grande serenità e gentilezza.

Quali sono state le differenze più significative rispetto alla tua precedente esperienza di volontariato in Madagascar?

Sono state due esperienze completamente differenti, la prima in un piccolo villaggio sperduto di pescatori, lavorando in un ospedale già operativo da alcuni anni. La seconda nella caotica e colorata Tulear, in un piccolo e nuovo ambulatorio all’interno della scuola di Aid4Mada. Prendere in mano il nuovo progetto sanitario, appena nato, e accompagnarlo nei suoi primi passi… è stato emozionante, stimolante e come ogni cosa, non privo di difficoltà. Ma come ogni cosa, superate le difficoltà, si migliora e si cresce… C’è ancora tanta strada da fare, ma in questi tre mesi, collaborando insieme a tutto lo staff sanitario, abbiamo gettato le basi per garantire delle cure di primo livello ai bambini, per seguirli nella loro crescita e per dare a loro un punto di riferimento sanitario all’interno della scuola.

Tu hai contribuito direttamente ad avviare il nostro nuovo progetto sanitario, perché secondo te è così importante garantire un sostegno medico continuativo ai bambini di Tulear?

La salute è uno dei pilastri più importanti in una società, è un indice indiretto dello sviluppo di un paese; la salute incide sulla qualità di vita della persona, e quindi contribuisce a migliorare non solo la vita del singolo, ma anche di tutta la comunità in cui esso vive. Garantire un sostegno medico continuativo ai bambini vuol dire non solo assicurargli delle cure accessibili (che altrimenti sarebbero a pagamento e quindi probabilmente non cercate o non fornite), seguirli nella loro crescita, prevenendo e curando le patologie più diffuse nel sud del Madagascar, ma instillare in loro il concetto di “educazione alla salute”, cioè del prendersi cura del proprio corpo, imparando a conoscerlo, a riconoscerne i “campanelli d’allarme”… Conoscersi aiuta a responsabilizzarsi, ad essere più consapevoli. Per questo credo molto nell’educazione alla salute, soprattutto fatta nei più piccoli, che saranno le future generazioni.

In questi mesi hai vissuto in prima persona situazioni anche molto drammatiche, c’è stato un momento o un episodio che ti ha colpito più degli altri?

Forse la cosa che mi ha colpito più di tutte è stato rendermi conto con mano dello stato nutrizionale della maggior parte dei bambini. Calcolare il BMI (indice di massa corporea) è molto semplice, basta misurare peso e altezza, dividendoli successivamente. Esistono delle tabelle dell’OMS per definire lo stato di nutrizione dei bambini per ogni fascia di età… Ecco, misurando quei bambini, la maggior parte di loro risultava malnutrita…e non di qualche kg, la maggior parte sono sotto il 2°o 3° percentile per età, che vuol dire pesare come un bambino di 2-3 anni meno. E la malnutrizione non è solo “non mangiare” (che già di per sé è grave): un corpo malnutrito è un corpo che si ammala più facilmente, è un corpo più esposto alle malattie, a deficit e a complicazioni.
Questa forse è stata la triste realtà in cui mi sono imbattuta più duramente, ed è infatti questa uno dei principali scopi del progetto: screening a tappeto su tutti i bambini, cura delle principali patologie che causano malnutrizione, follow-up dei casi più gravi. 

E invece qual è stata l’esperienza più bella?

L’esperienza più bella credo che sia stata quella con Luc Messi, un bambino della scuola venuto più volte in visita per frequenti riacutizzazioni polmonari. Il bambino ogni volta era sempre più magro, più affranto, più “malato”. Con gli strumenti a nostra disposizione abbiamo fatto il possibile per cercare di carpire come intervenire… e con le ultime cure fatte, sembra che il quadro sia in risoluzione. La cosa meravigliosa di questa presa in carico, è stato il rapporto di fiducia che si è creato tra noi, il bambino e la madre, che si sono completamente affidati. Vedere piano piano, ritornare il sorriso sul volto di Luc Messi, è stata la nostra vittoria più grande.

Cosa ti sei portata a casa da questo viaggio in Madagascar?

Forse quello che ho scritto su Facebook il giorno della mia partenza riassume bene la risposta a questa domanda: “Ripartire, con bagagli zeppi di cose da capire e mille emozioni da custodire…”.
I bagagli di ritorno dal Madagascar sono sempre molto pesanti, pieni zeppi di sensazioni, rumori, emozioni, colori, suoni… Li sto riordinando piano piano, nei cassetti del mio cuore…e chissà cosa ne verrà fuori.  

Cosa consiglieresti a chi volesse seguire il tuo esempio e venire in Madagascar a fare un’esperienza di volontariato?

Di buttarsi, subito. Se si sente dentro al cuore il desiderio di partire per un’esperienza di volontariato, bisogna farlo! Io credo che non ci sia niente di più appagante, stimolante e arricchente dell’aprirsi a certe esperienze, non solo perché aiutare gli altri fa bene al cuore, ma perché conoscere culture differenti, immergersi in realtà diverse dalla propria, aiuta a crescere, ad aprire il cervello, a ridimensionarsi.
Dare agli altri senza volere nulla in cambio… ma ritrovarsi il cuore pieno di serenità che tutte quelle persone e bambini ti hanno regalato: non c’è niente di più bello al mondo, penso!

Ultima domanda, forse la più importante: quando torni a trovarci?

Sono state fatte delle scommesse prima del mio rientro in Italia, sul mio possibile ritorno in Madagascar… “Tanto non resisterai molto laggiù…”. E voi… cosa pensate? Quanto resisterò?! Le scommesse sono aperte!

Noi in realtà la risposta la sappiamo già, se anche tu vuoi provare a indovinare oppure hai qualche altra domanda da fare a noi o a Giulia scrivici pure qui.