Capitolo 26

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Nel mese di novembre del 2018 cambiarono tantissime vite.

Così tante che a essere onesto non so proprio da dove iniziare il racconto.

Provo ad andare in ordine cronologico.

A inizio mese ci insediammo alla scuola pubblica EPP Tanambao-Morafeno e ne assumemmo la gestione operativa. Come ho già scritto, la struttura era fatiscente, i bambini tantissimi, le aule poche e in pessime condizioni, il corpo docente demotivato. Insomma c’era tanto lavoro da fare e ci rendemmo subito conto che non sarebbe stato facile. Ma eravamo determinati e pronti a raccogliere la sfida. La posta in palio era troppo preziosa per scoraggiarsi. Avevamo la possibilità di migliorare drasticamente la vita dei bambini più poveri di Tulear.

Per fortuna non eravamo soli ad affrontare questa sfida. La nostra community di genitori adottivi e sostenitori ci seguì con grande partecipazione ed entusiasmo, ed entrammo nella gestione della scuola portando in dote il sostegno a distanza per più di 75 bambini. Bambini le cui famiglie fino al giorno prima avevano dovuto pagare di tasca propria, con i loro miseri averi, la retta scolastica, il materiale didattico, la mensa. Spese che per noi sono comunque molto modeste. Ma che per una famiglia di Tulear, spesso e volentieri composta da una madre con cinque o più figli, che magari di lavoro vende carbone per strada, possono fare davvero la differenza.

Ecco, prova a immaginare ora la reazione di questa madre quando un bel giorno di novembre ricevette la notizia che da quel momento in poi non avrebbe più dovuto scegliere se mangiare o mandare il figlio a scuola. Perché a pagare la scuola del figlio ci avrebbe pensato una persona generosa dall’Italia. So che non è facile, ma prova a immaginare cosa deve aver provato in quel momento quella madre.

E ora moltiplicalo per 75 e capirai forse che cosa successe nel giro di un giorno nella scuola EPP Tanambao-Morafeno.

Ma questo era solo l’inizio. Il nostro obiettivo fu fin dall’inizio quello di migliorare tutto quello che sarebbe stato possibile, per far diventare la nostra scuola un ambiente confortevole, sicuro e accogliente per tutti i 1.000 bambini che la frequentavano.

Iniziammo a mettere in fila le priorità, i lavori da fare, i progetti da avviare. Il primo intervento riguardò il cibo. Se non mangi non puoi studiare, questo è ovvio. E quindi ci mettemmo subito al lavoro per poter garantire a tutti i bambini almeno un pasto quotidiano, sano e gratuito, all’interno della mensa scolastica. Il risultato fu paradossale. Nel giro di poche settimane davanti alla mensa, prima sempre deserta perché in pochi se la potevano permettere, si iniziarono a creare lunghe file di bambini che aspettavano il loro turno per mangiare. La struttura era troppo piccola, andava per forza di cose ingrandita. Ma per farlo ci rendemmo subito conto che sarebbero serviti tanti fondi, che al momento non avevamo. Sarebbero passati diversi mesi prima che riuscissimo finalmente a raccoglierli, ma nel frattempo era comunque meglio aspettare venti minuti per mangiare che non mangiare affatto.

Un altro progetto molto importante che partì proprio in quei giorni riguardò l’Università di Tulear. Nei mesi precedenti avevamo avviato i rapporti con una primaria scuola privata di Bologna, che aveva deciso di stanziare ogni anno delle Borse di Studio per permettere a ragazze e ragazzi malgasci di frequentare l’Università. Tra fine ottobre e inizio novembre i primi 6 beneficiari delle Borse di Studio poterono iniziare in questo modo il loro percorso universitario. Un privilegio che in Madagascar è accessibile a una percentuale molto bassa di studenti, una tra le più basse al mondo.

Anche in questo caso ti invito a pensare cosa può aver provato ad esempio Ernestella, che aveva sempre sognato di diventare una biologa ma che stava per rinunciare al suo sogno e per tornare in campagna ad aiutare la madre a coltivare mais. Un giorno arriva una chiamata dall’Università in cui le dicono che una scuola italiana finanzierà i suoi studi. Io l’ho conosciuta Ernestella, quando sono andato a trovare lei e gli altri studenti all’Università di Tulear.

Quando le ho chiesto cosa ha provato quel giorno, non è riuscita a trattenere le lacrime.

Forse anche tu ti stai commuovendo nel leggere queste righe, ma purtroppo per te non ho ancora finito. Il carico da novanta arriva adesso.

Il 20 novembre 2018 completammo i nostri 10 pozzi. L’intervento di Auguste nelle settimane precedenti fu determinante, e la costante supervisione dell’avanzamento dei lavori ci consentì di rispettare i tempi promessi agli abitanti dei villaggi e ai donatori.

E allora adesso prova a immaginare questo.

Fino al 19 novembre circa 10.000 persone si alzavano ogni mattina all’alba con la consapevolezza che se avessero voluto bere, lavarsi, cucinare, quel giorno avrebbero dovuto prendere la loro tanica da 20 litri e camminare per qualche decina di chilometri fino a una buca nel terreno, o a un pozzo aperto, o a un acquitrino. Arrivati qui, avrebbero dovuto riempire la loro tanica con del liquido che non posso chiamare acqua, perché non è acqua. E camminare di nuovo fino alla loro capanna, dove chi se lo poteva permettere faceva bollire l’acqua per purificarla. Chi non se lo poteva permettere, se la beveva così. E si ammalava di colera, tifo, diarrea. E moriva.

Ecco, ora prova a immaginare cosa provarono queste 10.000 persone il 20 novembre. Quando uscirono dalle loro capanne e andarono al pozzo del villaggio, da cui sgorgava finalmente acqua potabile, sicura e gratuita.

Non credo riuscirai a immaginarlo, io stesso che l’ho visto con i miei occhi faccio fatica.

Però c’è una cosa che invece sono certo che riuscirai a immaginare.

Ed è la sensazione che provarono quel 20 novembre le persone che avevano donato questi 10 pozzi.

Io la conosco bene perché sono una di quelle. Il mese precedente era venuta a mancare la mia adorata nonna. Insieme alla mia famiglia avevo deciso di finanziare un pozzo, quello non ancora coperto con i fondi raccolti, e di dedicarlo alla sua memoria. Il 20 novembre ovviamente fui tra i primi a vedere le immagini delle feste nei villaggi, l’acqua che usciva dai pozzi, i bambini che bevevano, si lavavano, ridevano come pazzi. E le targhe di ringraziamento con i nomi scelti dai donatori.

Misaotra Marina Bugli.

Questa era la targa affissa allo steccato di uno dei tre pozzi di Betsingilo.

Quando la vidi piansi, e ti confesso che anche adesso che sono passati due anni mentre scrivo queste righe la gola si stringe.

Questa sensazione sono sicuro che riesci a immaginarla, e se non ci riesci ti auguro di poterlo fare prima o poi.

È una sensazione meravigliosa.

La consapevolezza di aver fatto un gesto che ha cambiato la vita di tante persone e, allo stesso tempo, ha onorato in un modo speciale la memoria di una persona cara.

Quel 20 novembre cambiò anche la mia vita grazie a questo gesto.

Mi fu subito evidente che dovevo tornare in Madagascar, questa volta da volontario. Per andare a vedere con i miei occhi l’impatto che stavamo creando per tutte queste persone. Per poterlo raccontare al meglio. Per andare a trovare mia nonna.

Ma sarebbero passati solo pochi giorni per sconvolgere i miei piani.

E per cambiare la mia vita di nuovo, in un modo ancora più bello.  

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